b_200_144_16777215_00_images_stories_articoli_nuovocalcio_2.jpgL’utilità del calcio su campo ridotto è ormai risaputa: i giovani calciatori toccano più volte la sfera, prendono decisioni in continuazione e migliorano le loro abilità. Come comportarsi dal punto di vista “atletico” con gli Esordienti secondo Vincenzo Pincolini.
Da qualche stagione alcuni Comitati Regionali hanno deciso di far disputare i campionati Pulcini ed Esordienti a sette giocatori anziché a undici. Finalmente, ci verrebbe da dire, è stata fatta una scelta nell’interesse del bambino. Ma quali sono i vantaggi che un giovane atleta trae da una gara di calcio a sette? Innanzitutto, ci sono meno persone su) terreno di gioco e lo spazio da sfruttare è ridotto. E quindi logico rilevare che il bambino non solo toccherà più volte il pallone nel corso della partita, ma sarà coinvolto maggiormente in decisioni che riguardano le varie situazioni di gioco, sia difensive sia offensive. Nel calcio a undici, invece, capita spesso ad alcuni giocatori, diciamo i meno dotati, che agiscono ad esempio sulle fasce, di terminare la loro prova avendo toccato davvero in pochi frangenti la sfera.

Stimoliamo l’iniziativa
Quando a un giovane calciatore arriva il pallone tra i piedi, deve per forza assumersi la responsabilità di stabilire cosa fare; questo è uno dei momenti di maggiore positività nel suo percorso formativo. Nel calcio a sette, imprevisto e calcolo, estro e rigore, fantasia e logica di squadra si fondono in azioni simili eppure sempre nuove. Alcuni bambini che preferiscono essere poco coinvolti nel gioco per paura di sbagliare, saranno costretti a comportamenti differenti nel gioco su campo ridotto. Infatti, sono obbligati e stimolati a diventare protagonisti. La differenza dei singoli è un valore importante proprio come l’unità del gruppo: se mancassero l’una o l’altra si avrebbero minori possibilità di successo. I bambini, acquistando confidenza con la palla, si divertono maggiormente rispetto alle gare a undici. Il calcio a sette, inoltre, consente di non dare ai ragazzi ruoli ben definiti. Tra i Pulcini o anche gli Esordienti non è possibile affermare con sicurezza “tu sei un terzino”, “tu giochi sempre da stopper o da attaccante”. È indispensabile che il ragazzo provi varie esperienze di gioco: una volta in attacco, un’altra in difesa e, se capita, anche il ruolo del portiere può essere affidato a turno a tutti i componenti della squadra. Questo è molto utile nell’ambito di una crescita psicomotoria e di conoscenza del calcio. Con il passare degli anni poi sarà naturale capire la predisposizione a ricoprire un determinato molo.

Che bello segnare
Nelle gare di calcio a sette, solitamente, è più facile realizzare un gol. È essenziale che i bambini affrontino, anche emotivamente, l’evento di realizzare o di subire una rete, non come momento che determina la vittoria o la sconfitta, ma come inizio del vivere l’esperienza che caratterizza il calcio. In più, l’importanza di creare un ambiente d’apprendimento non an-siogeno e basato sulla relazione d’aiuto e di fiducia trova ampio riscontro nel calcio a sette: qui il bambino si pone nella naturale necessità di sviluppare relazioni positive migliorando contemporaneamente capacità e qualità individuali e interper-sonali. Il giovane calciatore così migliorerà la tecnica calcistica, ma nel contempo svilupperà capacità strategiche che lo metteranno in condizione di integrarsi in uno schema di gioco che non può prescindere dagli altri partecipanti.

Il piacere di giocare
II gioco e la sua componente ludica sono due concetti sempre presenti nell’attività del gioco a sette. La “ludicità’’, ossia la carica vitale in cui s’integrano forti spinte motivazionali intrin-seche con aspetti affettivo-emotivi, cognitivi e sociali dell’apprendere è determinante per spingere i giocatori al miglioramento e alla crescita. Ciò avviene appunto se il gioco viene utilizzato come modalità strategica per il raggiungimento di mete educative, di abilità e competenze tecniche tipiche del calcio. Attraverso il gioco, infatti, si assumono e si rielaborano i dati della realtà, si espandono e si organizzano le conoscenze in reti concettuali sempre più complesse, in un continuo dinamismo che vede l’allievo intrinsecamente motivato, protagonista del suo percorso formativo.

Gioco d’assieme
L’aspetto più interessante nel calcio a sette è quello di costruire un saper giocare collettivo, spendibile all’interno del gioco di squadra. Giocare in una squadra comporta l’accettazione di non essere più soli a determinare il successo o l’insuccesso personale e, nel contempo, di essere comunque individualmente responsabili per il successo O l’insuccesso dell’equipe. È in queste fasce d’età che si deve iniziare a lavorare in tal senso, formando quelle che sono le competenze del gioco di squadra. Accettare ruoli e decisioni dell’istruttore, essere legati agli altri all’interno di un’organizzazione di gioco, riuscire ad aiutare i compagni in situazioni di difficoltà anche abbandonando temporaneamente il proprio ruolo e la propria posizione in campo, sono tutte competenze che trovano la possibilità di essere sviluppate all’interno del calcio a sette. Come abbiamo già accennato, questo modello organizzativo valorizza sia le abilità dei singoli sia le competenze necessa-rie al gioco di squadra. Tale doppia valenza può rappresentare un’ottima occasione per trasferire ai nostri giovani giocatori il sapere e il saper fare fondamentale per giocare a calcio.

A ognuno il suo calcio
Qualche anno fa, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo iniziato ad analizzare in una serie di partite il numero di contatti con la palla dei giocatori secondo il campo in cui venivano disputate (ridotto o a undici regolamentare). È chiarissimo che i bambini fino a dodici anni di età , per partecipare attivamente alla gara, hanno bisogno di spazi più piccoli, con porte di dimensioni ridotte e ovviamente un diverso numero di partecipanti (inferiore a undici). In queste ultime stagioni sportive è stato dato da parte della FIGC un segnale importante in questo senso, introducendo norme più adeguate all’età dei bambini, equiparando l’attività di base italiana a quelle di altre federazioni europee culturalmente, in ottica sportiva, più evolute della nostra. È sacrosanto che i bambini di 8-9 anni si affrontino 5>5, quelli di 9-10 anni 6>6, quelli di 10-11 anni 7>7, mentre quelli di 12 giochino o a 9 elementi o 11>11, con porte e dimensioni del campo adeguate. Troppo spesso, in passato, ho assistito a situazioni ridicole con piccoli portieri smarriti e anche infreddoliti lungo l’immensa linea di un “portone” e non di una porta, di difensori o attaccanti (a seconda che la loro squadra fosse troppo più forte o debole), che nell’intero arco di una partita non toccavano mai palla.
Solo adeguando le regole alle possibilità psico-fisico-motorie dei bambini si possono avere più dribbling, più stop, più tiri, più azioni d’attacco e di difesa e soprattutto più... divertimento. In tal caso, il calcio può fare quel salto di qualità utile a formare giocatori sempre più abili nella tecnica e in possesso di capacità tattiche di buon livello; infatti, per i bambini è fondamentale risolvere le situazioni che si presentano e quindi è importante che queste siano numerose e varie. Da addetti ai lavori, dobbiamo ricreare quel gioco di “strada” familiare alla nostra generazione, ma sconosciuto ai nostri figli e nipoti. Gli obiettivi di “istruttore” per un processo formativo pedagogicamente efficace, sono graduali e progressivi, tenendo presente le effettive capacità biologiche di prestazione dei suoi allievi, partendo dall’uno contro uno per arrivare al gioco collettivo. Il calcio a misura dei bambini è diverso da quello degli adolescenti e da quello degli adulti, pertanto è indispensabile adottare metodi che stimolino la crescita continua dei nostri giovani giocatori... di calcio!


Tratto dalla rivista "Il nuovo Calcio "
Giuliano Rusca